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Perché abbiamo sempre più bisogno del progetto urbano
Paolo Desideri PDF




Con sempre maggiore evidenza l’architettura internazionale sembra avere imboccato la strada di una qualità tutta spesa nell’isolamento oggettuale, sempre più rivolta verso sè stessa, sempre meno interessata a mettere a sistema i contesti , fino quasi a poter azzardare il termine di architettura solipsista (solum se ipsum). Una tendenza d’altronde che nasce come atto fondativo della città moderna americana: un pattern geometrico regolare che dispone le caselle di una fiera urbana dell’architettura, nella quale ogni isolato ha lo stesso valore commerciale di qualsiasi altro grazie all’assenza di ogni trascorso, di ogni segno di differenziazione, di ogni memoria, di ogni complicanza. La sommatoria non integrata di singolari presenze, proprio come ben rappresentato nel bel disegno di OMA in Delirius New York. La città diviene, in questo modello, l’espositore permanente di una gigantesca Fiera dell’Architettura, l’ordinata vetrina di un mercato globalizzato di prodotti eccellenti destinati a un mercato individuale.
In questo panorama progettuale sempre più marcatamente caratterizzato dal trionfo dell’architettura solipsista, la domanda per il progetto urbano si presenta come una richiesta quasi demodè e in netta controtendenza.
Dopo anni d’intenso, a volte acceso, dibattito intorno al tema della trasformazione della stessa idea di città, ci troviamo oggi di fronte ad un fin troppo pletorico “sdoganamento” della città diffusa da parte degli addetti ai lavori. Al contrario credo che proprio per questo siano oggi maturi i tempi per avviare un urgente approfondimento e una presa di distanza da una simpatia troppo omologante e spesso dilettantistica riservata al fenomeno della città spontanea, con l’equivoco che si è aperto attorno alle strategie dell’intervento progettuale in questi territori.
Lo sprawl urbano, la città di latta, la fine del tipo, la crisi dei modelli moderni, i non-luoghi, gli iperluoghi, gli attraversamenti, persino il vuoto e il conflitto sono oggi termini e materia che riempie i dibattiti e richiama le attenzioni di tardivi ravvedimenti. Un crescente e buonista affollamento di addetti ai lavori si dichiara insomma interessato a spiegare, anzitutto a sè stesso, cosa la metropoli contemporanea non è più se guardata in controluce con la metropoli moderna.
Al contrario oggi, finito il tempo delle provocazioni e di fronte ad una tendenza sempre più univoca verso interventi in grado di prendere solo atto della nuova realtà, e sempre meno capaci di predisporre strategie differenti da un reiterato solipsimo ( che nella vulgata italiana tende sempre più spesso a coincidere in modo inquietante con il mediocre sogno liberista Mediaset style dell’abitante metropolitano tipo), credo sia urgente rilanciare la scala della progettazione urbana o, più in generale, quella del rapporto tra architettura e contesto. Credo anzi che l’interesse e la capacità di leggere e di interagire con il contesto rappresenti una parte significativa della specificità culturale italiana che da sempre ha dovuto e voluto fare i conti con la sua presenza.
Contesto, s’intenda, non vuol dire necessariamente Storia, Memoria, Archeologia. Contesto vuol dire più concretamente una densità fisica e ideale che connota irreversibilmente il territorio italiano: una densità che inevitabilmente si contrappone e sempre si sovrappone alla realtà odierna della diffusione. Ogni parte del nostro territorio si presenta infatti anzitutto come un sedime denso di segni. Un territorio in grado, se interrogato, di restituire al progetto un senso più ricco a partire da quanto su di esso troviamo già scritto. Un trascorso, un passato, che condiziona spesso in modo determinante la forma della diffusione, spesso al di fuori di qualsiasi consapevolezza: spesso un passato che anche senza divenire Storia (per difetto conoscitivo o per estrema labilità delle tracce), sembra dotare automaticamente il territorio di una sorta di razionalità minimale. A questo “trascorso” del territorio il progetto è chiamato a dare un senso possibile. Come in un grande scavo stratigrafico di segni, nei territori italiani, e comunque nella tradizione italiana del progetto urbano possiamo rintracciare, ancora affioranti sul terreno, i segni sovrapposti ed a volte contraddittori di uno, di tanti passati.
Proporrei perciò che nei confronti di questi territori cominciassimo ad adottare la stessa strategia progettuale che abbiamo messo a punto nelle aree centrali delle nostre città storiche. Che anzi, sottratta a ogni tentazione di musealizzazione, la nostra progettualità potrà affinare qui, con frutto, quanto con maggiore ansia non sa intraprendere in più monumentali occasioni. Anche in questi territori, insomma, il progetto deve rappresentare l'occasione di una riorganizzazione e di un ripensamento di testi qui scompostamente già scritti, l’occasione per dotare di un senso possibile i materiali, spesso miseri, sempre sconnessi e incoerenti, depositati sul campo.
Progettare vuol dire perciò e anzitutto configurare la struttura di coerenza di questi materiali: un procedimento nel quale dovremo essere in grado, con astuzia, di ribaltare a nostro favore la frammentarietà della conoscenza, le sue zone d’ombra.
Progettare in questi contesti vuol dire necessariamente aggiungere senso e segni e trasformazione ad un testo già scritto. Aggiungere segni a un testo incomprensibile per raggiungere, proprio come in un esercizio enigmistico, un proponibile e disvelatorio significato: già scritto nei pochi frammenti ma non univocamente risultante.
Una strategia che dobbiamo riconoscere come indipendente dal valore storico del testo di partenza, nella sola certezza che la storia altro non è se non il risultato di un incessabile e non interrompibile processo di trasformazione. Al centro come in periferia. Nelle aree antiche e in quelle nelle quali i processi di formazione fisica sono tuttora incompleti e apparentemente più contraddittori.
In ogni luogo il progetto dovrà confrontarsi con una realtà già esistente, e iniziare perciò a prefigurare gli scenari di quell’inevitabile trasformazione che il suo avvento determinerà.
Come ho scritto più volte, mi piace perciò pensare al progetto come a un cantiere archeologico di segni. Un'area stratigrafica nella quale il tempo ha seppellito contemporaneamente frammenti reali e ideali, concrezioni geometriche dei progetti pensati, esistiti o cancellati sopra quel luogo: i layers sovrapposti di un’incessante azione del Tempo che ha prodotto una selezione complessivamente priva di alcun significato. Un cantiere dal quale affiorano segni incomprensibili, frammentari e tra di loro disconnessi, in grado solo di manifestare la loro inquietante e presenza. Mi piace pensare al progetto come la soluzione all’enigma posto dalla presenza di quei segni senza senso. Ridisegnandone ogni volta un destino possibile.